Android e il futuro dell’Open Source



Bisogna prendere atto che il successo commerciale di Linux, dominatore incontrastato fra i sistemi operativi dedicati ai server, a vent’anni dal suo lancio non solo non si è verificato ma, molto probabilmente non ci sarà mai. Il sistema operativo ideato da Linus Torvalds non è riuscito nemmeno nel suo obiettivo principale che era quello di “sconfiggere il male” identificato in Windows.

A dispetto degli sforzi della comunità Open Source per l’utente comune, quelli che definisco i “non guru”, rimane una sorta di calvario la ricerca e l’installazione dei driver e dei moduli software necessari a far funzionare al meglio il proprio PC con la conseguente limitazione della diffusione di quello che è e rimane un sistema veramente aperto.

Il nodo da sciogliere è proprio la profonda integrazione fra hardware e software e in particolare fra dispositivi sempre più specializzati e il sistema operativo che deve farli funzionare. In quest’ottica una buona parte degli sforzi della comunità Linux si sta orientando verso i dispositivi mobili, con i nuovi e imminenti rilasci di KDE per device touch, con un tablet dedicato, o con l’annunciato (fra due anni) Ubuntu 14.

In controtendenza solo Android, un “fork” o derivata di Linux, un prodotto chiuso e strettamente legato all’hardware che riesce, proprio perché libera dai problemi di driver e moduli, a far convogliare una buona fetta di risorse intorno allo sviluppo di applicazioni gratuite o a basso costo, distribuibili e commercializzabili con estrema semplicità tramite l’ormai diffusissimo sistema del Market.

Per la comunità di sviluppatori, infatti, Android, a differenza di Apple e Microsoft, mette a disposizione il suo tool di sviluppo installabile su qualsiasi piattaforma (windows, Linux o Mac) rendendo veramente tutti liberi di creare le proprie applicazioni senza preoccuparsi dell’hardware.